Presidente
Mario Baldassarri

Sintesi del percorso scientifico tra teoria economica ed analisi empiriche
Ho iniziato la mia formazione di economista nel 1965 presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Urbino con sede ad Ancona.
Nel luglio 1969 ho conseguito la Laurea in Economia e nel corso di quegli anni ho avuto l’opportunità di seguire i primi corsi di macro e microeconomia, scienza delle finanze, economia monetaria, economia internazionale, politica economica, nonché i corsi di analisi matematica, matematica finanziaria ed econometria come strumenti da applicare all’analisi economica, sia teorica che empirica, con maestri prima ed amici poi quali Giorgio Fuà, Franco Reviglio, Claudio Napoleoni, Paolo Pettenati, Bernardo Secchi, Guido Rey.
Nel 1972, sono stato ammesso al Graduate Program del Dipartimento di Economia dell’MIT, Cambridge-Mass., dove ho conseguito il Ph.D. in Economics nel 1977.
All’MIT ho approfondito ed esteso a tutto raggio la mia formazione scientifica, grazie, anche qui, a maestri prima ed amici poi quali Franco Modigliani, Robert Solow, Paul A. Samuelson, Charles Kindleberger, Evsey Domar, Franklin Fisher, Duncan Foley, Robert Hall, Stanley Fischer, Rudiger Dornbusch.
Sin da quegli anni il focus dei miei interessi si è concentrato su tre filoni e sulle loro interconnessioni: crescita economica, equilibrio finanziario ed equità distributiva.
In particolare, anche se non in modo esclusivo, mi sono dedicato allo studio del ruolo e degli effetti del bilancio pubblico sul sistema economico, soprattutto in termini di impatto strutturale sulla crescita dell’economia e sulla redistribuzione sociale del reddito, nonché sulle interazioni tra la distribuzione del reddito e la stessa crescita economica.
Sul piano teorico, il prodotto più significativo del mio studio (e punto di partenza essenziale di tutti i miei lavori e contributi dei quasi cinquant’anni successivi) è la mia tesi di dottorato presso il MIT (1977) dal titolo “Government Expenditure, Inflation and Growth”, pubblicata in singoli articoli in lingua inglese su varie riviste, come monografia in lingua italiana da Il Mulino di Bologna ed integralmente in inglese da Palgrave-MacMillan a Londra[1].
Un punto centrale di questa analisi teorica, che mi ha consentito di formulare alcuni rilevanti teoremi, è che “il livello e la composizione” della spesa pubblica ed “il livello e la composizione” delle entrate fiscali determinano diversi percorsi di crescita dei sistemi economici. Pertanto, lo studio dell’impatto del bilancio pubblico sull’economia non può essere limitato alla valutazione degli effetti dei “soli” saldi finanziari. In altri termini, il deficit pubblico e l’accumulazione di debito pubblico producono importanti effetti sull’economia, ma non possono esaurire lo studio di come e quanto la politica di bilancio determini le condizioni strutturali di crescita della stessa economia.
In questo contesto teorico, ho prodotto un teorema rilevante che “rovescia” il precedente teorema di Haavelmo, noto come “teorema del bilancio in pareggio”. Quest’ultimo, infatti, affermava che un aumento di pari importo della spesa pubblica e delle tasse (e pertanto a deficit zero) determina sull’economia un pari aumento del reddito reale.
Il mio contributo consiste nell’aver dimostrato che la relazione tra l’intervento pubblico in economia attraverso le politiche di bilancio (anche se con bilancio in pareggio e deficit e debito a zero) e il percorso potenziale di crescita dell’economia non è “lineare”. Quando il “livello” di spesa pubblica e tasse è modesto rispetto al Pil, un loro aumento proporzionale può anche far crescere reddito ed occupazione, come proposto da Haavelmo, ma questo effetto non rimane “lineare” all’infinito. Esiste, infatti, una “soglia” oltre la quale questo effetto di aumento della spesa pareggiato da un aumento delle entrate produce effetti di “riduzione e non di aumento” del reddito e dell’occupazione. Quella relazione, cioè “torna indietro” ovvero, in termini inglesi, è “backwarding”. Questo effetto è inoltre dipendente non solo dal livello di spesa ed entrate pubbliche, ma anche dalla loro composizione in termini di tipologie di spese (correnti ed investimenti) e di tipologie di entrate (dirette ed indirette, sul reddito e/o sul patrimonio ecc.).
Un altro mio contributo teorico si riferisce alla relazione tra equità distributiva del reddito e condizioni strutturali di crescita dell’economia. Anche in questo caso ho dimostrato che la relazione “non è” lineare[2].
Da una parte, se un sistema economico è caratterizzato da fortissime iniquità distributive (pochi ricchi e tanti poveri) non può avere prospettive strutturali di solida crescita economica.
D’altra parte, però, se un sistema economico è perfettamente “egualitario” (tutti i cittadini hanno lo stesso reddito) le prospettive strutturali di crescita risultano altrettanto limitate e modeste.
Queste due “non linearità” nella teoria economica (che sembrano riprodurre in economia il principio fisico del motore elettrico che gira solo se due campi magnetici non sono né troppo vicini, né troppo lontani) hanno importanti conseguenze su tutte le analisi, teoriche ed empiriche, che si propongono di valutare gli effetti del bilancio pubblico e della redistribuzione del reddito all’interno dei sistemi economici.
Queste sono due colonne portanti che hanno guidato nei decenni successivi pressoché tutti i miei lavori, teorici ed empirici.
Una ulteriore filiera di ricerca fa riferimento al ruolo dell’accumulazione di capitale umano (istruzione e formazione) sui percorsi di espansione economica, anche in relazione ai modelli di crescita “endogena” ed al tentativo di spiegare e misurare parti del cosiddetto “residuo di Solow”, cioè quella parte di crescita economica non spiegata dall’aumento quantitativo dei fattori produttivi[3].
Nella seconda metà degli anni novanta, all’Università La Sapienza di Roma, ho avuto la fortuna, forse non del tutto casuale, di avere un geniale studente[4], che mi chiese di seguirlo nella sua tesi di laurea. Voleva studiare l’impatto della diffusione della Intelligenza Artificiale sulla crescita economica. In quel suo eccellente sforzo di ricerca emerse un singolare aspetto: una crescita dell’intelligenza artificiale potrebbe accelerare la crescita economica e, a sua volta, questa più veloce crescita farebbe accelerare la crescita dell’intelligenza artificiale, in un circolo virtuoso che si potrebbe autoalimentare. Nacque allora la curiosità scientifica di quale potesse essere, in quel modello teorico, il “limite della crescita”. Ovvero, cosa accade quando la produttività va all’infinito? Questo è connesso alle discussioni sulla “singularity”.
Molto più banalmente, se la produttività accelera e “tende” all’infinito, il tempo di produzione “tende” a zero. Ecco allora che il limite teorico della crescita economica è una produzione che viaggia alla velocità della luce. Ecco che il grande Einstein può essere utile anche nella speculazione teorica dei modelli di crescita economica.
Nello stesso anno ho avuto anche un altro geniale studente[5], che volle fare una tesi sull’impatto dell’Intelligenza Artificiale sulle tecnologie e sulla evoluzione dei grandi mercati oligopolistici sulla scia della pietra miliare posta da Paolo Sylos Labini a metà degli anni cinquanta del secolo scorso con il suo “Oligopolio e progresso tecnico”. La realtà dei grandi oligopoli che dominano oggi la scena economica internazionale mostra quanto fosse lungimirante e visionaria quella tesi di laurea che ho avuto la fortuna di seguire pagina dopo pagina, imparando molto di più di quanto potesse essere in quel momento il mio contributo da relatore della tesi.
Qualche decennio dopo aver formulato queste radici teoriche, ho tentato di stimare per numerosi paesi europei, Italia inclusa, quale potesse “empiricamente” essere la “soglia” oltre la quale ulteriori aumenti di spesa pubblica, anche se compensati da pari aumenti di tasse, determinano una “riduzione” della crescita e dell’occupazione potenziale.
In riferimento ai dati storici degli anni ottanta e novanta, tale soglia empirica è risultata essere compresa, per i paesi analizzati, tra il 40 ed il 42% del Pil[6].
E’ evidente che, sia sul piano teorico che nella esperienza empirica, qualora gli aumenti di spesa pubblica avvenissero senza copertura di entrate e quindi con deficit ed accumulazione di debito pubblico, agli effetti sull’economia reale prima indicati si “aggiungerebbero” altri dirompenti effetti dovuti agli stessi squilibri finanziari causati dal bilancio pubblico e dalla progressiva accumulazione di Debito Pubblico. Ciò è ovviamente riferibile al problema della “sostenibilità” dello stesso Debito Pubblico e quindi ai rischi incombenti di gravi crisi finanziarie sui mercati nazionali ed internazionali.
Su questo specifico tema è “pietra d’angolo” il teorema di Solow, premio Nobel e uno dei miei grandi maestri del MIT. Robert Solow, circa settanta anni fa, fece capire che, se il tasso di interesse reale “supera” il tasso di crescita dell’economia, il rapporto tra Debito Pubblico e Pil è destinato ad aumentare all’infinito e, quindi, il Debito è “insostenibile”, indipendentemente dal suo livello di partenza.
L’esperienza europea ed italiana di questi anni, in larga parte, è un riscontro empirico di quelle radici teoriche: i tassi di interesse possono anche essere storicamente molto bassi o addirittura tendere a zero, ma se la crescita dell’economia è anch’essa pari a zero, o peggio, sotto zero, il problema del Debito Pubblico permane nella sua prospettiva di insolvibilità.
Per queste ragioni, teoriche ed empiriche, una analisi seria sulle politiche di bilancio pubblico non può prescindere dai suoi effetti strutturali sulla crescita economica ed i problemi di equità distributiva del reddito debbono essere valutati anch’essi alla luce del loro impatto sulle condizioni di crescita di lungo periodo.
In sintesi, i sacrosanti obiettivi di equilibrio finanziario, crescita economica ed equità distributiva non possono che essere perseguiti congiuntamente ed in parallelo, proprio perché non possono essere trascurati gli effetti di interazione che si determinano tra loro. Esiste, cioè una solida politica economica che poggia su solide teorie economiche e su trasparenti e documentabili esperienze empiriche.
Questi elementi mi hanno indotto negli anni a produrre analisi e a fare proposte di politica economica, sia in riferimento al processo di globalizzazione nell’economia mondiale[7], sia rispetto alla costruzione europea verso gli Stati Uniti d’Europa, sia in riferimento alle condizioni nelle quali si è trovata e si trova l’economia europea[8], proprio sulla base di quei teoremi e di quei riscontri empirici, si può pienamente comprendere che le regole del Trattato di Maastricht, pur introducibili come legge del taglione al momento della costituzione della Unione Europea e della Unione Monetaria, assumano sempre più quel carattere di “stupidità” che autorevoli personaggi certamente “europeisti” hanno avuto modo di indicare nel corso degli ultimi anni.
Da qui nasce la mia proposta di Maastritch 2, cioè un nuovo trattato “meno stupido e molto più rigoroso” di Maastritch 1. Si tratta, infatti, di inserire nei bilanci pubblici la netta distinzione tra spesa corrente ed investimenti, vincolando a zero il deficit corrente e lasciando libere le spese di investimento, ovviamente certificate da una entità indipendente (Bce?, Commissione europea?) E’ la nota “regola della leva” (leverage) che da secoli guida i comportamenti virtuosi di famiglie ed imprese.
Da tutto questo discende anche la palese assurdità con la quale si è introdotta in Europa la totale dicotomia tra politiche di bilancio e politica monetaria, assegnando alla Banca Centrale Europea, per statuto, l’unico obiettivo di controllare l’inflazione sotto il 2%, indipendentemente da qualsiasi andamento dell’economia reale.
E’ evidente allora che due soggetti con un solo occhio funzionante (BCE e Maastricht 1) non equivalgono ad una persona sana con due occhi a dieci decimi l’uno!
Oggi tutti dicono che l’Europa deve cambiare e, se non cambia, si autocondanna ad un progressivo declino. Ma dove deve andare e con quale road-map? Per questo dobbiamo capire da dove veniamo.
All’inizio degli anni duemila, sulla base dei tassi di crescita realizzati nelle varie aree del mondo negli anni novanta del ventesimo secolo, era facilmente prevedibile che la mappa del peso economico sarebbe radicalmente cambiata nel giro di due o tre decenni.
Una visione lungimirante avrebbe dovuto allora costruire da subito una nuova governance mondiale in grado di guidare la globalizzazione.
Abbiamo invece avuto una globalizzazione senza governo.
Infatti, Stati Uniti ed Europa (l’Occidente), hanno preteso di governare il mondo con il vecchio G7, una sorta di specchietto retrovisore, rappresentando solo un terzo del mondo ed escludendo tutti gli “altri”.
Gli “altri” hanno allora preso la strada dei BRICS, pescando dal G20 ed allargando man mano il loro perimetro. Da tempo stanno tentando di costruire un loro Fondo Monetario, una loro Banca Mondiale ed un loro organismo per regolare i loro commerci.
Rischiamo quindi di avere due governi del mondo in forte contrapposizione tra loro, con due Fondi Monetari, due Banche Mondiali, due Organizzazioni per il Commercio.
Era evidente un quarto di secolo fa (ed è ancor più evidente oggi) che occorre rifondare le Istituzioni Internazionali basandole su una nuova governance, un nuovo G8 rappresentativo di tutti i continenti del mondo. In base agli attuali pesi economici sarebbe composto da Cina, Stati Uniti, India, Giappone, Russia, un paese dell’America Latina ed un paese dell’Africa.
E comunque c’è una evidente conseguenza per l’Europa. Nel nuovo governo del mondo, l’Europa, per esserci come entità politica ed istituzionale, può avere solo un posto e quindi deve avere una rappresentanza unitaria.
La via maestra non può che essere un salto istituzionale e politico.
Per questo l’Europa deve essere una costruzione a tre cerchi concentrici.
Il primo cerchio parte dalla constatazione che oggi, più di venti anni fa, è evidente che i paesi europei non sono individualmente in grado di fornire ai propri cittadini cinque beni pubblici collettivi fondamentali: la difesa, la sicurezza e l’immigrazione, la politica estera, le grandi reti infrastrutturali con, in prima linea, l’energia e la ricerca avanzata, l’innovazione tecnologica e l’alta formazione di capitale umano.
Negli ultimi decenni, l’Europa ha fatto affidamento sugli altri per la sua prosperità e il suo benessere. Storicamente la difesa è stata fornita dagli americani. L’energia è stata fornita a basso costo dalla Russia e lo sviluppo del mercato è stato facilitato dalla Cina.
Il primo cerchio concentrico deve quindi essere quello della Federazione di Stati, poiché i singoli Stati nazionali hanno perso da tempo la loro sovranità in queste materie. Qualsiasi potenziale recupero della sovranità può essere raggiunto solo a un livello federale più elevato. Non si tratta quindi di “cedere” sovranità ma di “riconquistarla”, poiché la sovranità nazionale su quei cinque beni pubblici è perduta definitivamente.
Per questo, il nucleo di primo riferimento è l’Eurozona, ma potremmo anche iniziare subito con un patto di cooperazione rafforzata tra Francia, Germania, Italia, Spagna e Polonia visto che insieme costituiscono il 70% di popolazione, di PIL, di occupazione e così via. In qualunque momento, anche successivo, le porte rimarrebbero aperte per tutti gli altri paesi.
In risposta al COVID, l’Europa è riuscita a lanciare il Next Generation EU, che però è temporaneo e scade nel 2026, cioè quest’anno. Pertanto, la prima mossa è rendere permanente il NGEU.
Vale la pena ricordare che il bilancio ordinario dell’Unione Europea ammonta all’1,5% del PIL. Se combinato con un NGEU permanente si arriverebbe attorno al 3% del PIL. Potrebbe essere l’embrione di un bilancio federale europeo. Negli Stati Uniti il bilancio federale rappresenta il 25% del Pil. Incorporando questi cinque beni pubblici nel bilancio federale dell’Unione, si avrebbe un bilancio di circa il 7-8% del PIL. Tutto il resto resterebbe di competenza nazionale.
Ovviamente, il bilancio federale deve avere proprie fonti di entrate e debito comune.
Attorno a questo nucleo di partenza c’è il secondo cerchio, che è l’attuale Unione Europea a 27. Qui diventa cruciale la questione dell’allargamento, ma solo se c’è il fulcro di riferimento dell’approfondimento, istituzionale e politico. L’approfondimento verso un bilancio federale e un debito comune è la pietra angolare per perseguire seriamente l’allargamento verso i Balcani sudorientali fino all’Ucraina.
Occorre infine un terzo cerchio, l’Area di Libero Scambio e Cooperazione allo Sviluppo Europa-Africa. Questo è il cerchio più ampio, ed altrettanto urgente, da costruire tra Europa e Africa, seguendo l’approccio del Piano Mattei che deve essere fatto proprio da tutta l’Europa.
Questi ragionamenti e queste concrete proposte possono, certamente, essere considerate una sciocchezza o una visione utopica. Significa cioè assicurarsi la definizione di pazzo visionario. Mi permetto però di notare che essere ragionevoli e pragmatici “senza visione” ci ha portato alle conseguenze estremamente pericolose che abbiamo oggi di fronte.
Ma, soprattutto, qual è l’alternativa se non si percorre questa strada?
L’alternativa è un’Europa in declino nel XXI secolo, con gli Stati Uniti che difficilmente riusciranno da soli a fronteggiare gli altri sette miliardi di persone nel mondo. E se non facciamo nulla il XXI secolo diventerà sempre più il secolo dell’Asia e della Cina, con la Russia al seguito.
In riferimento all’economia ed alla società italiana, quei teoremi e quei riscontri empirici mi hanno indotto negli anni a produrre e formulare diverse analisi e proposte di politica economica e di interventi strutturali[9].
Nel 1978, mentre era in corso il dibattito sull’introduzione in Italia di una “legge finanziaria (la L.468/78)” e di una “sessione di bilancio” presso il Parlamento, impostammo all’Arel (Agenzia di Ricerche Economiche e Legislative), con Nino Andreatta, tre grandi “battaglie” che oso oggi chiamare “civili”.
Queste tre “battaglie” ponevano tre “obiettivi”:
- la certificazione dei bilanci di tutte le Amministrazioni Pubbliche italiane (Stato, Regioni, Comuni, Province, Enti Pubblici vari) volta a dare “trasparenza e certezza” ai conti pubblici nonché responsabilità chiare ai vari livelli della politica;
- l’introduzione in Costituzione dei “vincoli di bilancio”, non intesa come semplicistico limite al deficit pubblico, che avrebbe comportato una specie di “licenza di spendere e di tassare” e quindi con la quasi certezza di avere aumenti di spesa corrente compensati con riduzioni di investimenti o, peggio ancora, con aumenti di tasse. Infatti, il bilancio pubblico si esprime con una semplice equazione (deficit = spesa – tasse). Questa equazione ha tre variabili e pertanto un “vincolo vero” deve fissarne almeno due: o il deficit associato ad un tetto di spesa oppure associato ad un tetto di tasse;
- la costituzione di un Ufficio Parlamentare di Bilancio, sul modello del CBO americano (Congressional Budget Office), che rappresentasse una Autorità indipendente ed autorevole che facesse riferimento direttamente al Parlamento con il compito di fornire ai decisori delle politiche economiche analisi volte ad una quantificazione certa dei provvedimenti di politica economica e finanziaria derivanti dalle diverse leggi o proposte e volte anche a valutare i loro effetti sull’economia nonché gli effetti di ritorno che gli andamenti economici così determinati avrebbero avuto sullo stesso bilancio pubblico.
Nel 1978 e nei decenni successivi, queste tre battaglie furono “perse”.
Dopo 35 anni dalla battaglia persa insieme a Nino Andreatta e pochi altri, questa opportunità per dare al paese e soprattutto al Parlamento ed alla politica “certezza di conoscenza” e “responsabilità di decisione consapevole” è stata in parte ripresa con la costituzione dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio.
Come infatti diceva Luigi Einaudi, occorre “Conoscere per Decidere”. Dal 2015, più modestamente, tengo una rubrica settimanale di divulgazione economica su Radio Radicale ed ho voluto chiamarla “Capire per Conoscere”.
Per ultimo, ma primo nella mente e nel cuore, voglio segnalare un saluto ai due grandi maestri, non a caso amici tra loro, che ho avuto la fortuna di incontrare all’Università di Ancona, Giorgio Fuà, ed al MIT, Franco Modigliani e senza i quali non avrei mai potuto formarmi come economista e non avrei mai potuto scrivere le pagine precedenti dove ho sintetizzato il mio percorso scientifico.
Il 13 settembre del 2000, quando Giorgio Fuà ci ha lasciato, ero direttore responsabile della Rivista di Politica Economica e chiesi al mio amico e collega Alberto Niccoli, suo allievo e collega, di scrivere un saggio in ricordo di Giorgio Fuà. Chiesi a Lorenzo Fuà di farmi avere una sua simpatica foto. Pubblicai il tutto sulla rivista allora da me diretta[10].
Al momento della scomparsa del mio grande maestro Franco Modigliani, ho scritto di getto un “ricordo fatto di ricordi”. Ci siamo incontrati per la prima volta all’Università di Ancona nel lontano 1968. Lui era “già” Franco Modigliani, stava lavorando al Massachusetts Institute of Technology negli Stati Uniti, insieme ad Albert Ando, alla costruzione del primo grande modello econometrico dell’economia americana. Si chiamava MPS (MIT-Penn-Social Science). Accettò l’invito del suo grande amico Giorgio Fuà a venire ad Ancona per tre giorni e spiegare agli studenti l’econometria dei grandi modelli, l’analisi economica espressa dalle equazioni di comportamento, le condizioni di equilibrio delle equazioni di definizione, le possibilità di verificare i modelli teorici e le scelte concrete di politica economica. E ci disse: “se le vostre teorie sono smentite dalla analisi empirica e cioè dalla realtà del mondo, cambiate le vostre teorie, non cercate di cambiare il mondo forzando in numeri dentro le vostre equazioni teoriche!”. Io ero studente al 3° anno della Facoltà di Economia. In quei giorni “sognai” di poter andare un giorno al MIT per conseguire un Ph.D. Ovviamente Franco Modigliani non notò quel giovane italiano che seguiva le sue parole una per una. Quattro anni dopo, conseguita la borsa di studio Stringher-Mortara della Banca d’Italia, fui in grado di “tentare” di realizzare quel sogno e feci la mia domanda per il PhD Program presso il MIT. Non conoscevo ovviamente nessuno in quel lontano posto, ma il comitato di selezione mi comunicò l’accettazione della mia application. E così nel settembre del 1972 entrai nel suo studio e per la prima volta facemmo personale conoscenza.
Non ci siamo mai più persi, scientificamente e umanamente, finché, il 25 settembre del 2003, ci ha lasciato, lucido, presente e combattente per le sue idee fino alla sera prima[11].
- In questo lungo percorso ho inoltre avuto la fortuna di incontrare tanti colleghi ed amici dell’Università di Ancona, Torino, Cambridge Usa, Milano Cattolica, Bologna, Roma La Sapienza.Dal 1988 e per lunghi anni, Luigi Paganetto ha inventato la Villa Mondragone Conference che è stata per tanti di noi fonte di formazione ed informazione, scambio di esperienze e di idee, confronto serrato e civile di visioni e teorie diverse. Lì ho conosciuto Robert Mundell e da li è nata una profonda amicizia e stima reciproca che ci ha condotto a promuovere insieme altri importanti forum tenuti in Canada, in Usa, nella sua casa di Santa Colomba e alla Sapienza di Roma. Per quasi tutte queste occasioni ho pubblicato gli atti nella mia collana con Palgrave-MacMillan “Issues in Contemporaty Economic Theory and Policies”.
Mario Baldassarri, Government Expenditure, Inflation and Growth, mimeo, MIT 1977; Spesa Pubblica, Inflazione e Crescita, Il Mulino, Bologna 1979.
Mario Baldassarri, The European Roots of the European Crisis, Palgrave MacMillan London 2017.
Mario Baldassarri, Government Expenditure, Inflation and Growth in a fiscal-monetary policy model, EN-MPS,1976.
Mario Baldassarri, Imperfectly Anticipated Inflation, Capital Gain Expectations and Government Investment in a Two Sector Growth Model, Economic Notes, MPS, Siena, 1979.
Mario Baldassarri, Government Expenditure, Inflation and Growth in a Two-Country Model of International Trade: who bears the burden?, Economia Internazionale, Genova 1980.
Mario Baldassarri, Optimal “Mix” of Government Expenditure and Optimal Growth Path for an Open Economy within a Three Targets-Three Guns Framework, Economic Notes, Siena 1984.
Mario Baldassarri e Gustavo Piga, Distribution Equity and Economic Efficiency: Trade-off and Synergy, RPE, 1994.
Mario Baldassarri et altri, Human Capital, Allocation of Time and Endogenous Growth, AEA-AER, New Orleans 1992.
Mario Baldassarri et altri, An Attempt to Model a “Tobin-Modigliani” Approach to Saving, RPE, Roma 1990.
Alessandro Acquisti, “Intelligenza Artificiale e Crescita Economica: il capitale intelligente ed autoriproducente da von Neumann alla crescita endogena”, mimeo,Tesi di Laurea, Università La Sapienza, Roma 1997.
Il lavoro di Gianluca Baldassarre alla fine degli anni ’90 rappresenta un momento pionieristico in cui la Facoltà di Economia della Sapienza ha incontrato la cibernetica e l’Intelligenza Artificiale applicata ai mercati.
La sua tesi di laurea sperimentale discussa ad aprile 1997 sotto la guida di Mario Baldassarri si intitolava esattamente:
“Reti neurali e algoritmi genetici in modelli di simulazione della teoria della razionalità limitata – Applicazioni ai mercati oligopolistici”.
Il valore di quella tesi e il percorso di Baldassarre presentano diversi aspetti di rilievo:
A differenza dell’economia tradizionale dell’epoca (che usava formule matematiche astratte presumendo che le imprese sapessero sempre tutto perfettamente), Baldassarre decise di simulare al computer un mercato oligopolistico microeconomico basato sulle teorie della razionalità limitata di Herbert Simon.
Baldassarre Creò degli agenti artificiali (che rappresentavano le imprese oligopolistiche) guidati da reti neurali artificiali e ottimizzati tramite algoritmi genetici. Queste imprese artificiali dovevano “imparare” a sopravvivere sul mercato, decidendo i prezzi e le quantità di produzione unicamente in base ai feedback e agli errori accumulati, simulando dinamiche competitive reali.
Mario Baldassarri e Francesco Busato, How to Reach Full Employment in Europe, Palgrave-Macmillan, London 2003
Mario Baldassarri e Francesco Busato, Europa Svegliati, Sperling&Kupfer, Milano 2003.
Mario Baldassarri e Pasquale Capretta, The World Economy toward Global Disequilibrium, Palgrave-Macmillan, London 2006; L’Economia Mondiale verso lo Squilibrio Globale, Sperling&Kupfer, Milano 2006
Per altri contributi Cfr.:
Mario Baldassarri, Luigi Paganetto, Edmund S. Phelps, Equity, Efficiency, and Growth:the future of the welfare state, Palgrave-Macmillan, London 1996.
Mario Baldassarri, Robert Mundell, John McCallum Eds., Debt, Deficit and Economic Performance, Palgrave- Macmillan, London 1994.
Mario Baldassarri, Robert Mundell, John McCallum Eds., Global Disequilibrium in the World Economy, Palgrave-Macmillan, London 1992.
Mario Baldassarri Ed., Verso il grande crack?, SIPI, Roma 1990.
Mario Baldassarri Ed., Keynes and the Economic Policies of the 1980’s, Palgrave-Macmillan, London 1989.
Mario Baldassarri e Francesco Busato, How to Reach Full Employment in Europe, Palgrave-Macmillan, London 2003.
Mario Baldassarri e Francesco Busato, Europa Svegliati, Sperling&Kupfer, Milano 2003.
Per altri contributi sull’economia europea Cfr.:
Mario Baldassarri, No free lunch, no ”one” East European Economy, RPE, Roma 1991.
Mario Baldassarri Ed., How to reduce unemployment in Europe, Palgrave-Macmillan, London 2003.
Mario Baldassarri Ed., The New Welfare: Unemployment and Social Security in Europe, Palgrave-Macmillan, 2003.
Mario Baldassarri, Robert Mundell Eds, Building the New Europe, Vol. I-II, Palgrave-Macmillan, London 1993.
Per una sintesi di studi, analisi e proposte pubblicate nel corso degli ultimi decenni, Cfr.:
Mario Baldassarri, Impatto del bilancio pubblico sulla allocazione delle risorse e sulla formazione di capacità produttive ed occupazionali, Risorse per lo sviluppo, Roma 1985
Mario Baldassarri e Gabriella Briotti, Government Budget and the Italian Economy through the 70’s and the 80’s, RPE, Roma 1990
Mario Baldassarri, Franco Modigliani, The Italian Economy: the chance to build a new miracle, RPE, Rome 1993
Mario Baldassarri, Franco Modigliani, The Italian Economy: what next?, Palgrave-MacMillan, London 1993
Mario Baldassarri, Italy’s perverse envelopping growth model between Economic Reform and political consensus: the 1992 crisi and the opportunities of 1993, RPE, Rome 1993
Mario Baldassarri, The Italian Economy: heaven or hell?, Palgrave-MacMillan, London 1994
Mario Baldassarri, Gustavo Piga, Debito Pubblico, consenso politico ed equilibrio economico-finanziario, McGraw-Hill, Milano, 1994
Franco Modigliani, Mario Baldassarri, Fabio Castiglionesi, Il Miracolo Possibile, Laterza, Bari 1996
Mario Baldassarri et altri, Il secondo Miracolo Possibile, Ed. IlSole24Ore, Milano 1999
Mario Baldassarri, Welfare State and Pensions in Italy: who benefits?, RPE, Rome 2000
Mario Baldassarri, Stato Sociale e pensioni: chi prende, chi paga?, RPE, Roma 2000
Alberto Niccoli, Giorgio Fuà: l’uomo, l’economista, il maestro, RPE, Gennaio 2001, Roma SIpi 2001
Mario Baldassarri, In ricordo di Franco Modigliani: voi state andando ad est, ma la rotta è ad ovest, RPE, Roma, Settembre/Ottobre 2003